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Sulle strade della Maremma

Non mi accade sovente di andare in Maremma in autunno ma, quando capita, ci vado sempre volentieri. Pur essendo abituato a frequentarla in estate sono comunque incuriosito dal visitarla anche nei mesi autunnali. E’ in questa stagione che, forse, si apprezzano meglio quei tratti della natura e del paesaggio che il periodo estivo non permette di ammirare appieno.

Ne ho la conferma in ottobre quando, con una fine settimana a disposizione, vado a Pancole per acquistare un paio di giacche maremmane viste nel catalogo on-line di una sartoria artigianale. Pancole si trova a venticinque chilometri a sud di Grosseto, verso Scansano.

Giornata serena, un po’ ventosa, ma non fredda.

Il viaggio da Arezzo a Roselle è veloce. Benché sulla Siena – Grosseto siano aperti i cantieri per il raddoppio della carreggiata, raggiungo Roselle in due ore esatte. Ho anche il tempo di prendere un caffè nell’area di servizio del Doccio, a Ponte Macereto, nella zona da sempre conosciuta per la presenza delle risaie. Traffico modestissimo, quasi inesistente, al contrario di quanto accade in estate. Mi capita spesso di osservare la strada dallo specchietto retrovisore. Per diversi chilometri non vedo nessuno, solo la striscia di asfalto che lascio alle spalle senza compiere alcun sorpasso.

Lasciata la superstrada, proseguo per la vecchia statale dentro Roselle, per poi imboccare la provinciale dei Laghi in direzione di Scansano. Evitato l’attraversamento di Grosseto, mi ritrovo in pochi minuti a Stiacciole lungo la 322 delle Collacchie, detta via Scansanese.

Percorrere la 322 delle Collacchie a sud di Grosseto, verso le colline e lontano dalla costa, significa tornare indietro nel tempo. La via è rimasta quella originale, tranne il tratto di Istia d’Ombrone, dove il vecchio ponte sul fiume, distrutto dalla piena del 4 novembre 1966, è sostituito da uno moderno costruito più a valle.

Dice che quello vecchio era un bel ponte a schiena d’asino, tutto ad archi. La piena ammassò tronchi e detriti sotto le arcate e, quando le acque dell’Ombrone salirono di livello fino a sommergerlo, lo portarono via come se fosse privo di fondamenta. L’esercito sistemò un ponte Bailey poco più a valle che rimase transitabile fino a quando fu inaugurato quello attuale ancora più a sud, nel 1970.

Del vecchio ponte rimane soltanto un tratto delle spallette, proprio all’imbocco dalla parte di Istia. Delimitano la sede stradale di una volta, meno larga di quella di adesso. Non giurerei che due mezzi pesanti si scambiassero agevolmente.

Sono fatte in mattoni, misurano venti metri di lunghezza e finiscono poco prima della riva del fiume, dove un tempo iniziava la serie delle arcate. Il proprietario di un ristorante se ne è servito per ampliare il proprio locale. Le ha sfruttate come pareti laterali, le ha serrate a sud con un muretto orizzontale ed ha utilizzato quello spazio come terrazza sul fiume, mettendoci i tavolini, gli ombrelloni e le mattonelle in ceramica.  Ne è scaturito un ambiente con la forma di un isoscele, con la base più larga rivolta verso Istia e quella più stretta verso l’Ombrone. Insomma: dove fino al 4 novembre 1966 passavano macchine, camion e ciclomotori, oggi si va a tavola per mangiare pizza, pappardelle e cinghiale.

Pensando al ponte distrutto, e all’altezza raggiunta dalle acque, mi immagino che cosa sia stata l’alluvione del 1966: un disastro, forse il peggiore dopo la seconda guerra mondiale, almeno da queste parti. 

Continuo per Scansano: strada poco frequentata, tranne qualche auto, qualche motorino e alcuni trattori che portano le olive ai frantoi della zona.

Al bivio per Montorgiali, dove la 322 arriva in leggera salita, s’incontra un distributore di benzina di una marca semi sconosciuta: la Sicar. Due pompe primordiali sono collocate accanto ad una piccola officina meccanica. Non so quanto lavoro possa avere oggi, forse meno che in passato.

Altri cinque – sei chilometri e arrivo a Pancole, alla sartoria di Maremma. Prima di entrare in paese, il tracciato presenta un paio di rettifiche: sulla destra, in un varco fra gli alberi, il vecchio asfalto si perde nella macchia, per poi ripresentarsi frammentato ai margini della strada. E’ probabile che i lavori siano stati eseguiti almeno venti anni fa.  Siccome è l’ora di pranzo, e la sartoria è chiusa, decido di proseguire verso Scansano per mangiare qualcosa, programmando di tornare indietro nel primo pomeriggio. Arrivo nel centro del paese, posteggio la macchina in una delle strade che salgono verso il borgo antico e mi fermo all’enoteca di Maremma nella piazza principale: panino, prosciutto, un bicchiere di Morellino e un caffè. Il paese è caratteristico; dice che nei secoli passati, quando la Maremma era infestata dalla malaria, gli uffici comunali di Grosseto e buona parte della popolazione emigravano fin quassù, con l’obiettivo di trovare aria migliore. La chiamavano l’estatura. Capisco perché allora la durata della vita media fosse più breve qui che altrove.

«Lei non è della zona», mi dice il gestore, un uomo di mezza età. «No vengo da Arezzo», gli rispondo. «Bella Arezzo», fa lui. E iniziamo una di quelle conversazioni oggi sempre meno frequenti, in un mondo dove il dialogo fra le persone sembra spesso basato sui luoghi comuni. Parla un ottimo italiano e lo ascolto volentieri.

Gli stringo la mano, pago il dovuto, esco dall’enoteca e inganno il tempo imboccando la ex statale 323 del Monte Amiata, quella che raggiunge la provincia di Siena passando per Roccalbegna, Arcidosso e Castel del Piano.

La storia delle strade mi ha sempre incuriosito e così vengo a sapere che l’ex statale 323, divenuta provinciale nel 2002, passò all’Anas nel 1962, che rimase in gran parte sterrata fino alla fine degli anni sessanta e che un deputato della zona, Enea Piccinelli, si battè a lungo in Parlamento per chiederne la sistemazione, o “depolverizzazione”, come riportano i resoconti delle sedute parlamentari.

Naturalmente oggi è tutta asfaltata, ma le caratteristiche del tracciato e la larghezza della carreggiata rimangono quelle di una via secondaria. La storia delle strade è proprio curiosa: dopo l’entrata in vigore della legge sulle strade pubbliche, nel 1958, molte di loro passarono dagli enti locali allo Stato che le prese in gestione attraverso l’Anas. Nel 2001 iniziarono a fare il percorso inverso e tornarono dallo Stato agli enti locali.

Salgo verso i Poggi Alti, vicino all’abitato di Poggioferro, sei chilometri a nord est di Scansano, nei cui paraggi è stato costruito un parco eolico inaugurato nel 2007; faccio una sosta di pochi minuti e ritorno poi indietro per imboccare di nuovo la Scansanese in direzione di Pancole.

Arrivo in sartoria, dove la cortesia dei proprietari invoglia a rimanere più a lungo del tempo necessario per un semplice acquisto. Provo i vestiti davanti allo specchio, saldo il conto e riprendo la via di casa.

Non ho voglia di correre; il desiderio sarebbe di fare un salto a Castiglione della Pescaia, ma sono già passate le sedici e dovrei allungare il percorso di almeno cinquanta chilometri, con la prospettiva di farne altri centoquaranta prima di tornare a casa.

Così riprendo la senese e in due ore rientro ad Arezzo, portandomi dietro le piacevoli sensazioni di una Maremma tutta da scoprire.