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Quel treno per Taranto

Il piccolo giornalista continuava a darci dentro, la voce in falsetto piano piano scomparve e lasciò il posto a quella adulta. Era un passo piccolo ma importante, poiché mi permise di superare quelle insicurezze che avevano accompagnato l’approccio iniziale col microfono. 
Al termine del primo anno di lavoro, che coincise con la fine del campionato, il proprietario della radio ci invitò a cena in un ristorante del centro. Lo fece – ci disse – come segnale di stima per il lavoro che avevamo svolto.

Eravamo un gruppo molto affiatato: Donato, Daniele, Severino, io e Paolo Galletti, un bravo collega con il quale avremmo condiviso molte occasioni di lavoro. Mi venne fatto capire che se avessi voluto accrescere la mia presenza in redazione avrei potuto farlo, ma fui invitato dai genitori a darmi un freno, soprattutto in vista degli esami di maturità che avrei dovuto sostenere nell’estate dell’anno dopo. Il lavoro rimase, dunque, quello del sabato pomeriggio e della domenica, con l’aggiunta del sabato sera quando, con Paolo, andavamo al palazzetto dello sport per seguire in diretta le partite di pallavolo. Avevamo un collegamento telefonico con la radio in tarda serata, dopo il quale registravamo le interviste che avremmo trasmesso nei giorni seguenti. 
Il calcio rimaneva, comunque, lo sport trainante. L’Arezzo di quegli anni andava bene e una squadra che viaggia al vertice del campionato è sempre una buona sponda per chi desidera seguirla attraverso i media: cresce l’interesse del pubblico, aumentano gli spazi sui giornali, migliora la raccolta pubblicitaria. Era una situazione che, in fondo, tornava utile a tutti. 

Fu in questa situazione che maturarono le condizioni per la mia prima radiocronaca di una partita. Fu un’esperienza che ricordo ancora oggi come entusiasmante. 22 novembre 1981. L’Arezzo, primo in classifica, era impegnato sul campo del Taranto, una delle favorite per la vittoria finale. 
Come in qualunque ambiente di lavoro, la redazione della radio aveva delle gerarchie. Donato era la prima voce e a lui erano affidate le radiocronache delle partite in casa e in trasferta. Daniele e Severino lo accompagnavano a turno e davano la loro collaborazione sia come seconde voci durante le dirette, sia con le interviste del dopo partita. Quando Donato non poteva essere presente allo stadio, il testimone del microfono passava a Daniele. Quel fine settimana, però, le cose andarono in altro modo.

Il venerdì pomeriggio prima della partita, dopo essere rientrato in casa da fuori, trovai mia madre sul pianerottolo delle scale: «Ti ha cercato Frangipani, richiamalo subito alla radio». Era inusuale che Donato mi cercasse a casa di venerdì. Se lo aveva fatto, vuol dire che c’era un motivo valido.
Lo richiamai e mi rispose all’istante. «Tieniti pronto per Taranto». «Pronto per Taranto?» «Sì: io non posso andare e Daniele è a casa con l’influenza, tocca a te». Ci salutammo e riabbassai il telefono. Non so descrivere che cosa provai in quel momento e, forse, diventa difficile esprimerlo ancora oggi, a distanza di trentasei anni. Rimasi accanto al telefono per qualche istante. Mia madre, che aveva lasciato in sospeso la cucitura di un paio di pantaloni, mi chiese che cosa fosse successo. «Forse devo andare a Taranto». «A Taranto?» «Si, probabilmente devo fare la radiocronaca». Rimasi interdetto accanto al telefono per qualche istante, dopodiché feci l’unica cosa che in quel momento fui capace di fare. Chiamai Severino Baldi per avere un’idea della situazione. Severino era fuori casa. Mi rispose il padre, il cavalier Remo, il quale disse che mi avrebbe fatto richiamare appena il Seve fosse rientrato, cosa che avvenne un paio d’ore dopo.
«Severino», gli dissi, «ho parlato con Donato, mi ha detto di tenermi pronto per Taranto. Ne sai nulla?». «Sì, andiamo insieme, abbiamo le cuccette del treno già prenotate. Partiamo domani sera». 
Taranto non era dietro l’angolo e il viaggio fu bello e avventuroso. Poiché avevamo scelto di raggiungerla attraverso la linea adriatica, era necessario arrivare da Arezzo alla stazione di Rimini, dalla quale avremmo preso il treno verso la Puglia. Venne in nostro aiuto Vittorio Fulini, indimenticabile dirigente amaranto per una vita e quasi sindaco di Pieve Santo Stefano. 
Vittorio, che avrebbe fatto il viaggio di andata con noi, per poi rientrare ad Arezzo insieme con la squadra, organizzò la marcia di avvicinamento verso la Romagna. Lo fece su un furgone a due posti che utilizzava ogni giorno per la consegna del pane. Guidatore e passeggero potevano stare comodi sul divanetto anteriore, ma gli altri due dovevano sistemarsi di dietro, quasi al buio, sul piano di carico. Severino andò davanti accanto al conducente: io e Vittorio salimmo di dietro. Quello fu il nostro mezzo di trasporto da Pieve Santo Stefano a Rimini. La prima immagine che ricordo fu la linea di mezzeria della statale tiberina attraverso gli oblò del portellone posteriore, dalla quale deviammo verso Viamaggio attraverso la strada delle Valdazze.
Dopo alcune decine di chilometri, in piena Romagna, Vittorio chiese al guidatore di fermarsi: le curve della Marecchiese avevano fatto il loro effetto. Lo stomaco mostrò segni di cedimento e ci costrinse a una sosta forzata di una decina di minuti pochi chilometri dopo Novafeltria. La sosta si rivelò provvidenziale, così come lo fu una china calda al bar della stazione di Rimini, dove arrivammo tre quarti d’ora più tardi.
Dopo un’attesa nemmeno troppo lunga, arrivò il treno. Salimmo e andammo subito alla ricerca delle cuccette. L’operazione si rivelò più impegnativa del previsto. Benché avessimo i posti letto già prenotati, nessuno dei tre controllori interpellati seppe darci l’indicazione precisa su dove fossero, costringendoci a esplorare l’intero convoglio ferroviario prima di sistemarci. E poiché non tutti gli esseri umani possiedono il dono della gentilezza, capitò perfino di essere minacciati di sanzioni da uno di loro solo se avessimo continuato «a disturbare la tranquillità del sonno altrui».
Vittorio accennò a una reazione ma Severino lo tranquillizzò, dicendogli che la strada era ancora lunga e che non valeva la pena di litigare. Arrivammo alla stazione di Taranto la mattina verso le nove e mezzo.
Vittorio Fulini raggiunse l’albergo dove era ospite la squadra mentre io e Severino ci mettemmo in contatto con i colleghi della radio di Taranto, i quali, con quella ospitalità tipicamente meridionale, ci fecero da Ciceroni nei luoghi più caratteristici della città, per poi offrirci il pranzo in un ristorante tipico vicino al porto. Mangiai un piatto di orecchiette e presi un caffè. Nulla più. Cominciavo a entrare nell’atmosfera della partita e ancor di più quando il collega dell’emittente tarantina mi disse che alcuni spezzoni della radiocronaca sarebbero stati trasmessi anche dalla radio di Taranto. Non ero più, quindi, il radiocronista aretino al seguito della squadra della sua città, ma diventavo un radiocronista a tutto tondo, incaricato di trasmettere la stessa partita, nello stesso momento, anche al pubblico della squadra di casa. Per fortuna, il collega di Taranto mi segnalava in anticipo le fasi della partita in cui andavo in duplex, dandomi il tempo di organizzarmi. Ecco che in quei momenti «Menchino Neri diventava semplicemente Neri; Pino Pellicano’ diventava il portiere Pellicanò; l’uso degli aggettivi diminuiva e, semmai, andava ripartito in modo più equilibrato verso l’una e l’altra squadra. Una sorta di autolimitazione che poteva apparire grottesca ma che in realtà diventava necessaria per una radiocronaca rivolta a un pubblico non più solo aretino. Ammetto che questa ricerca dell’obiettività è stata una mia costante professionale e, forse, è stata una ricerca inutile, dal momento che l’obiettività giornalistica non esiste. Come si fa a sostenere di essere obiettivi? E chi è in grado di assegnare patenti di obiettività?
La vera obiettività, casomai, consiste nel dichiarare dall’inizio da quale parte si sta. I giornali di partito, ognuno per proprio conto, erano obiettivi perché chiarivano subito il punto di vista attraverso il quale leggevano la realtà. Mi rendo conto, tuttavia, che il mondo delle telecronache sportive obbedisce a logiche molto differenti da quelle dell’informazione politica. 
Talvolta, mi è stato rimproverato un certo distacco dalle vicende sportive che ho dovuto commentare, come se i servizi realizzati durante gli anni avessero toni un po’ «british». Posso solo accettare il rilievo e ringraziare chi lo ha espresso. D’altronde, ognuno ha la sua impostazione ed è naturale che la conservi, pur correggendone alcuni aspetti con il passare del tempo.

Arrivato allo stadio, salii le gradinate e mi piazzai in tribuna. Accanto a me Severino Baldi e i colleghi di Taranto. Lo stadio era pieno è quando ricevetti il segnale da studio che avrei potuto iniziare detti subito fuoco alle polveri del racconto. La cosa filò liscia, aiutato in questo dallo 0-0 finale che l’Arezzo ottenne con pieno merito, dimostrando di essere quella squadra tosta e arcigna che avrebbe ottenuto la promozione in Serie B al termine di quel campionato. Ogni tanto, una pacca sulla spalla ricevuta da Severino, o un cenno d’intesa con i colleghi di Taranto, contribuivano ad accrescere la fiducia nel lavoro, confermando come la componente psicologica fosse importante per portare a buon fine il compito assegnato. Tutto andò per il meglio, anche se quello che accadde negli spogliatoi a fine gara amareggiò me e soprattutto il mio caro collega. Ma questa è un’altra storia.