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Morte al passaggio a livello

E’ la notte del 10 marzo 1964. Il cielo è stellato, la temperatura rigida, anche se la vicinanza del mare la rende più sopportabile di quanto lo è altrove. La Maremma dorme. Tutto è avvolto nel buio, o quasi. Gli unici bagliori che solcano l’oscurità sono i fari delle auto e dei molti autotreni che illuminano la striscia di asfalto dell’Aurelia.

Nella caserma dei carabinieri di Grosseto, gli agenti di turno, coordinati dal tenente Masina, compilano le distinte, rileggono i verbali e ascoltano la radio, cercando di passare il tempo nella speranza che nulla accada. Sanno benissimo, però, che è impossibile distrarsi. Il loro territorio di competenza è attraversato da una strada, l’Aurelia, ritenuta una delle più pericolose esistenti in Italia. Non passa giorno, infatti, che non siano costretti a rilevare incidenti, più o meno gravi, accompagnati dal triste computo delle vittime e dei feriti. E’ una striscia di asfalto larga sei metri, molto trafficata, infida, con qualche dosso e curva improvvisa, senza margini di fuga. Le banchine sono occupate dai pini e dai platani, secondo una consuetudine che suggeriva la piantumazione degli alberi ai lati della carreggiata. Non serve evidenziare la presenza dei tronchi con la vernice bianca perché basta un attimo di distrazione per finirci contro. I conducenti degli autotreni poi, per non correre il pericolo di andarci a sbattere, tendono a convergere verso il centro della carreggiata, talvolta superando la linea della mezzeria, col rischio di agganciare un veicolo di dimensioni analoghe in fase d’incrocio. Non si tratta sempre di scontri frontali, ma le conseguenze possono essere lo stesso funeste.

Inoltre, nei quarantacinque chilometri tra Grosseto e Follonica, l’Aurelia attraversa la ferrovia Roma – Genova con ben quattro passaggi a livello: Grosseto nord, Bottegone, Fattoria il Lupo, e San Giuseppe di Gavorrano. Un quinto è a Braccagni, sulla linea Grosseto-Montepescali. Infine, la ss 1 non possiede svincoli, gli incroci sono a raso e l’ingresso improvviso delle auto o dei motocicli dalle strade secondarie rappresenta un altro fattore di rischio non trascurabile. Insomma una gabbia, più che una strada. Si capisce che il timore di eventuali incidenti sia sempre presente in chi deve garantire la regolarità della circolazione. E, infatti, alle due e mezzo della notte del 10 marzo, la quiete della caserma dei carabinieri di Grosseto è interrotta dallo squillo sinistro del telefono.

Quindici chilometri a nord di Grosseto, nel momento in cui gli agenti compilano le distinte, rileggono i verbali e ascoltano la radio, il casellante del passaggio a livello del Lupo, Amedeo Ghelardini, sta per ripetere l’operazione eseguita infinite volte durante il giorno: chiudere il passaggio a livello all’arrivo del treno. Ghelardini ha 23 anni, dispone di un orologio di marca e di un telefono interno comunicante con le stazioni, con il quale è aggiornato sui tempi di percorrenza dei convogli. In questo modo può regolare i tempi di chiusura delle sbarre, così da non bloccare a lungo l’Aurelia in attesa del passaggio del treno.

Il passaggio a livello del Lupo, detto anche della Magia, è il più isolato tra i cinque esistenti fra Grosseto e Follonica. Di per sé non ha nulla di particolare, né di caratteristico. Il casello è una struttura a due piani, con un piccolo porticato sulla parte anteriore, quella rivolta verso i binari. Sull’altro lato della ferrovia, accanto alle sbarre, sorge una garitta in muratura con due finestrelle che guardano le rotaie. Intorno non ci sono paesi, solo qualche casa colonica e qualche annesso agricolo. Per il resto solo campi, qualche boscaglia e un casello idraulico del Genio Civile distante poche centinaia di metri, in prossimità di un piccolo canale di bonifica.

Alle 2,09, come ogni notte, festivi compresi, quel tratto della ferrovia costiera è percorso dal Treno del Sole, proveniente da Torino e diretto a Siracusa, che in quel punto è lanciato a oltre cento chilometri l’ora. 

Ghelardini sa perfettamente che alle 2,09 le sbarre del passaggio a livello devono essere abbassate, ma stavolta il destino e la fatalità decidono in altro modo.

Il Treno del Sole è in orario, supera le stazioni di Gavorrano e Giuncarico secondo la tabella di marcia ma, giunto nella piana del Lupo, imbocca il passaggio a livello mentre le sbarre sono ancora alzate. Stessa cosa fa l’autocisterna con rimorchio guidata da Giorgio Terribile di 37 anni e Antonio Bianchi di 28.

I due macchinisti del treno, Ugo Censi e Osvaldo Crialesi, accortisi che i binari sono occupati, attivano disperatamente la frenata rapida. Roberto Bastianelli, l’autotrenista che segue l’autocisterna a poche decine di metri e che ha intuito in anticipo l’avvicinarsi della tragedia, tenta di mettere in guardia i colleghi con una serie di colpi di clacson. Tutto inutile. La normalità della notte maremmana è sconvolta dal tremendo impatto fra il treno e l’autocisterna.

Quest’ultima è disintegrata dal locomotore, s’impenna e ricade in prossimità della prima carrozza del treno, dove colpisce il 39enne Paolo Oggiano, che da semplice spettatore diventa vittima del disastro.

Il titolare del passaggio a livello, Oscar Giochi, e il cantoniere delle ferrovie, Montegarone Bertaccini, sono i primi a dare l’allarme. Accorrono sul posto anche il sostituto procuratore della Repubblica, Livio Salvatori, il tenente dei carabinieri, Masina, il capo compartimento, Cavagnaro e altri funzionari delle ferrovie. 

Sui binari della Roma – Genova e sull’asfalto dell’Aurelia, alle 2.10, restano i corpi di Giorgio Terribile e Antonio Bianchi orribilmente maciullati, con accanto un ammasso di lamiere contorte. Paolo Oggiano muore poco più tardi all’ospedale di Grosseto. I macchinisti del treno, Ugo Censi e Osvaldo Crialesi, rimangono feriti in modo leggero.

Amedeo Ghelardini si dà alla fuga, vaga sconvolto nelle campagne tra Giuncarico e Montepescali, dove è fermato e arrestato dai carabinieri di Giuncarico a sei ore dalla sciagura. A sua difesa, sostiene di essere stato colto da malore – intossicazione alimentare dovuta a un panino con il pesce – di essere svenuto e di non avere potuto abbassare le sbarre in tempo utile prima dell’arrivo del treno.

Il processo al tribunale di Grosseto si svolge il 22 aprile. Ghelardini è condannato a un anno e tre mesi di carcere per triplice omicidio colposo e per pericolo di disastro ferroviario: è l’atto conclusivo di una vicenda che finisce anche in ambito parlamentare.

Oggi, 55 anni dopo quella tragedia, della quale gli amici e i genitori mi hanno spesso parlato, sono tornato a quel passaggio a livello per raccogliere qualche testimonianza di quella notte. Ho raccolto soltanto qualche ricordo sfuggente di alcune persone anziane. Chi la ricorda non ha piacere di raccontarla, forse per una sorta di comprensibile pudore, o forse per quella tacita solidarietà che esiste da sempre tra gli abitanti dei piccoli centri.

Per il resto, tutto è cambiato. Il traffico non passa più di lì. La vecchia Aurelia è sostituita da quella nuova a quattro corsie e perfino il passaggio a livello è chiuso da due palizzate in cemento e aggirato da una breve variante che transita a valle. Del vecchio tracciato rimangono due monconi che finiscono vicino ai binari senza oltrepassarli più. L’asfalto è scrostato, la segnaletica orizzontale è scomparsa e la vegetazione inizia a restringere quel poco di carreggiata che ancora rimane. Il casello è disabitato e l’impressione è che sia destinato a deposito di materiale o a luogo d’incontro di giovani coppie. Il silenzio è rotto dal passaggio del treno che continua a viaggiare a forte velocità.

Amedeo Ghelardini ha più di settant’anni. Vive a Braccagni e dopo la condanna – e il licenziamento dalle ferrovie – è diventato un operaio agricolo, da qualche anno in pensione. Spesso si rende disponibile per fare qualche lavoretto in paese ed è uno dei volontari più attivi della locale sezione della Croce Rossa. Chi lo conosce lo descrive come una persona di poche parole, si vede che porta dentro di sé una storia particolare.

Il tempo cambia molte cose ma, in fondo, non cancella mai niente.