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L’immagine del Covid vista dall’acquario (dall’avanzare dell’epidemia allo stop dell’11 marzo)

Che idea mi sono fatto del Covid 19, delle conseguenze che ha determinato in questi due mesi e mezzo di contagio e del modo con il quale è stato rappresentato dagli organi di informazione?

Ammetto che alcuni capitoli della storia non li ho compresi del tutto e sono anzi convinto che questi dubbi interpretativi siano destinati a rimanere a lungo. Non credo di essere il solo ma, poiché vivo più di dubbi che di certezze, penso che farò fatica a sciogliere quei nodi che si sono aggrovigliati ai miei occhi in tutta questa vicenda.

Sarebbe facile spiegare quanto è accaduto solo mettendo in fila alcune parole: potremmo dire che il mondo è stato penetrato da un virus sconosciuto, di aggressività superiore a quelli noti finora, per il quale non è ancora disponibile un vaccino; si è diffuso fra la popolazione di vari continenti, provocando un’infinità di contagi e un numero elevato di vittime. Tuttavia, è una descrizione troppo schematica, che non chiarisce né quello che è accaduto, né le ricadute psicologiche sull’opinione pubblica mondiale.

Criteri di analisi

Credo che per comprendere gli effetti che il Covid 19 ha avuto in Italia sia necessario rileggere l’evoluzione temporale dei fatti e, in base a essa, ricostruire, un poco per volta, il divenire degli avvenimenti e le reazioni popolari.

Gli osservatori più attenti ricorderanno che le prime notizie della presenza di un virus poco conosciuto, dal quale poi è derivato il contagio epidemico, rimbalzarono dalla Cina negli ultimi giorni di dicembre. Le informazioni furono riprese da tutti i quotidiani del mondo ma la descrizione da essi fornita sembrò essere approssimativa. Si parlò, inizialmente, di alcuni casi di polmonite a Wuhan, città della provincia cinese di Hubei. La maggior parte di essi – scrissero le agenzie di stampa – aveva un legame epidemiologico con il mercato all’ingrosso di frutti di mare e animali vivi di Huanan Seafood. Tuttavia, la rapidità della diffusione del contagio fu tale che i timori per quello che venne definito misterioso virus cinese, iniziarono a crescere di giorno in giorno. La malattia fu, infatti, rilevata anche a Pechino, Shanghai e Shenzhen; altri casi comparvero in Giappone, Thailandia e Corea del Sud.

Quattro ipotesi temporali

L’ipotesi che il pericolo del contagio diventasse concreto anche in Europa, e in Italia, prese consistenza il 21 gennaio. A mio modo di vedere, quella data rappresentò il primo autentico momento della crisi. L’agenzia giornalistica Agi riportò una dichiarazione del ministro della salute, Roberto Speranza, il quale dichiarò di essere in contatto costante con le principali istituzioni internazionali, in modo particolare l’Oms e l’Ecdc, pur essendo la situazione sotto controllo.

Nel giro di una settimana, dal 21 al 28 gennaio, i toni con i quali le autorità sanitarie e governative italiane commentarono il diffondersi della pandemia ebbero un preoccupante aggravamento. Come si spiega questo repentino cambio di toni?

Il giorno 22 giunse notizia di un consistente incremento del numero delle vittime, soprattutto in Cina. Si comprese, dunque, che l’entità del fenomeno non poteva essere circoscritta solo alla Cina ma andava estesa anche a quei paesi di altri continenti che, con quello Stato, avevano avuto il maggior numero di scambi economici e di persone.

Fu al quel punto che gli stessi organi di stampa, pur muovendosi ancora con incertezza, iniziarono a prendere maggiore consapevolezza del rischio contagio. Lo fecero in modo disordinato, basandosi su fonti di informazioni non sempre dettagliate, che li costrinsero a riformulare una serie di interpretazioni poco dimostrabili. Non servì a molto il ricorso alla consulenza degli esperti i quali, difronte a un virus ancora poco conosciuto, fornivano pareri contraddittori l’uno con l’altro. Una stampa, quindi, sorpresa all’inizio, ma che dimostrerà una buona capacità di reazione nei momenti seguenti, quando cioè il contagio entrò anche nel nostro paese.

In quella particolare situazione, l’unico modo per rappresentare l’intera vicenda fu quello di lasciare spazio alla cronaca, descrivendo, come poi è stato fatto, l’incremento del numero dei contagi, le storie personali a essi legate e le pesanti ripercussioni sull’intero sistema sociale nazionale.

Il mese di febbraio andò, dunque, avanti con un incremento costante del numero delle notizie, con una rappresentazione che via via diventò totalizzante, sia nei programmi di informazione, sia nelle varie trasmissioni di intrattenimento.

L’ulteriore spartiacque va ricollegato all’11 marzo, quando il presidente del consiglio, in una conferenza stampa diffusa dalla tv, comunicò la decisione di limitare gli spostamenti in entrata e uscita in tutta la nazione, disponendo la chiusura di quelle attività ritenute non essenziali e raccomandando a tutta la popolazione di non uscire di casa. Tutta l’Italia, insomma, diventò zona rossa. In quel momento, l’Italia era il secondo paese al mondo più colpito al mondo dopo la Cina, ma la curva epidemica italiana era ancora in crescita: 15113 casi, di cui 1258 guariti e 1016 decessi. In Cina invece l’epidemia stava rallentando notevolmente: solo 8 nuovi casi registrati e 7 decessi; oltre 1300 i pazienti dimessi e 64 mila le guarigioni, l’80% dei contagi accertati. In questi due mesi, dall’11 marzo a oggi, la stampa ha continuato a svolgere il suo compito, puntando molto sulla quantità delle notizie veicolate. Vedremo gli aspetti più significativi della loro diffusione in un capitolo a parte.