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Il microfono con i fili

Il desiderio di trasmettere al microfono si era, dunque, realizzato e, oltretutto, a poche centinaia di metri da casa, nel centro di Arezzo, dove aveva sede la radio. 
La cosa curiosa è che quasi tutte le radio e tv aretine avevano la loro sede dentro le mura della città. Per citarne solo alcune: Radio Onda di Pietramala era in corso Italia, di fronte alla chiesa di San Michele; Radio Torre Petrarca era poco distante; Radio Gamma era vicina a piazza San Jacopo; Radio Ok era in via Cesalpino. 
Anche Teletruria era nel Corso, tra via Roma e piazza San Jacopo. Le uniche eccezioni erano Radio Arezzo Uno, sulle colline di Battifolle, e Teleonda, nella zona industriale dei Pratacci. Un po’ come i distributori di benzina, molti dei quali, prima di essere spostati sulle vie di uscita dalla città, erano dislocati lungo le strade del centro. 
L’impatto con il nuovo ambiente fu molto positivo, quasi cameratesco. Tutti furono prodighi di consigli e in particolare Donato, il quale aveva scommesso su di me fin dal momento in cui c’eravamo conosciuti attraverso il telefono. 
I suoi consigli riguardavano soprattutto l’arte del microfono, cioè la comunicazione verbale. Aveva a lungo collaborato con Alfredo De Antoniis, regista e fondatore del Piccolo teatro Città di Arezzo e aveva conosciuto alcuni dei nomi più importanti del teatro italiano di quel periodo. Logico che le sue attenzioni fossero rivolte, soprattutto, all’impostazione della voce. 
I primi tempi non furono facili. Mi resi conto che esercitarmi a casa, davanti al registratore domestico, era diverso che parlare in pubblico. Avevo una voce ancora adolescenziale, quasi in falsetto, con volume e intensità più leggere, cioè meno marcate, rispetto alla voce di una persona matura. 
Donato disse di non preoccuparmi e m’invitò, sovente, a riascoltarmi per correggere quelle imperfezioni che affioravano di volta in volta.
Poiché era laborioso chiedere la riproduzione integrale della puntata, che era trasmessa sempre in diretta, invitavo i genitori a registrarla da casa, chiedendo loro di accostare il registratore a cassette accanto alla radio che avevamo in sala da pranzo. Tornavo a casa e riascoltavo il programma. Talvolta ero così desideroso di farlo che uscivo dalla radio quasi di corsa, tagliando per quelle viuzze del centro storico che più rapidamente mi avrebbero ricondotto in famiglia. In alternativa, rimanevo qualche minuto di più nello studio, insieme con i colleghi e gli ospiti della trasmissione. Ascoltavo le loro conversazioni quasi in disparte. Intervenivo poche volte, e di solito annuendo. Mi sentivo parte della redazione, ma ero consapevole di essere l’ultimo arrivato e, appunto per questo, senza la pretesa di salire in cattedra o di volere dimostrare qualcosa.
Durante il primo anno, ebbi modo di conoscere tutti i giornalisti aretini che si occupavano di calcio. Il primo che incontrai in studio fu Giorgio Ciofini. Giorgio, per età e per spirito, lo sentivo tra i meno distanti. Guardava ai giovani con simpatia e, appena lo conobbi, pretese subito che gli dessi del tu.
Mi venne in mente un episodio accaduto qualche anno prima che ci riguardò. 
A quel tempo, i ragazzi con meno di quattordici anni di età, com’ero io, potevano entrare allo stadio con un biglietto d’ingresso a prezzo simbolico. Quel biglietto valeva per i settori di curva, maratona e tribuna inferiore. Se avessero voluto salire in tribuna superiore, invece, avrebbero dovuto pagare un biglietto ridotto, il cui prezzo era, tuttavia, quattro volte più elevato rispetto all’altro. 
Esisteva, però, una soluzione. Consisteva nell’entrare in tribuna superiore insieme con qualcuno, meglio se abbonato, facendo finta di essere un suo familiare, o un suo conoscente stretto, in modo da superare i controlli al cancello. Fu quello che feci con Giorgio.
«Signor Ciofini», gli chiesi dopo averlo riconosciuto al bar dello stadio, «la vedo sempre in televisione, potrei venire in tribuna con lei»? «Se ti fanno passare, non c’è nessun problema», disse Giorgio. E così andò.
Devo riconoscere che tutti mi accolsero con simpatia, sia i giornalisti più attempati, sia quelli più giovani. 
Il lavoro di redazione divertiva. Ero stato destinato a una rubrica dedicata alla storia amaranto, una sorta di approfondimento del passato che stimolava la mia passione per l’archivio. 
Dovevo ricostruire la cronaca di alcune partite dell’Arezzo e proporle con la lettura di un servizio di durata non superiore ai due minuti e mezzo. Durante la settimana andavo in biblioteca e mi documentavo. Trascrivevo le azioni principali sul blocco per gli appunti e buttavo giù l’articolo con la macchina per scrivere, uno strumento che avrei ritrovato alcuni anni dopo all’esame di Stato per diventare professionista.
Scritto il pezzo, Donato lo guardava e dava alcuni suggerimenti per meglio adattarlo al mezzo radiofonico, il quale, per sua natura, ha esigenze assai diverse da quelle della stampa scritta.
I primi tempi, la collaborazione era limitata al sabato, ma Donato, Severino e Daniele, mi chiesero di dare loro una mano anche la domenica, soprattutto quando l’Arezzo giocava in trasferta e non c’era la necessità di essere presente allo stadio. 
Quello della domenica era un impegno utile perché mi fece capire davvero che cosa fosse il lavoro di squadra e che cosa volesse dire lavorare a stretto contatto con gli altri. Il mio compito era di collaborare all’organizzazione del programma e alla raccolta dei risultati. Una sorta di piccolo programmista, con tante mansioni da svolgere, da aiuto conduttore, a segretario d’organizzazione: forse uno degli incarichi migliori per capire davvero come si lavora in un’emittente radio-tv. D’altronde, se alla Rai lo facevano giornalisti del calibro di Roberto Bortoluzzi, Arnaldo Verri e Ivo Fineschi, a maggior ragione dovevo farlo io.
La raccolta dei risultati era un’avventura: l’unico strumento che avevamo a disposizione era il telefono e l’operazione richiedeva alcune decine di minuti. Avevamo in mano i tabelloni delle partite che riuscivamo a riempire con molta pazienza e solo dopo una lunga serie di telefonate. «È finita la partita?» «Mi confermi il risultato?» «Ti risulta che il Livorno abbia pareggiato?» Fu in quei momenti che iniziai a capire come si lavorava. La strada era lunghissima, ero solo al primo gradino, ma la soddisfazione di essere parte di una redazione era grande, facendomi sentire un piccolo giornalista.